Daniele Dalli e Virginia Vannucci hanno analizzato come i ciclisti amatoriali usano smart device. Quello che hanno trovato dice molto su come la tecnologia sta cambiando il modo in cui viviamo lo sport.
GPS, power meter, piani di allenamento generati da un algoritmo: strumenti un tempo riservati ai professionisti sono oggi alla portata di chiunque. La domanda che ci siamo posti è semplice: questi dispositivi cambiano davvero il modo in cui viviamo lo sport? E se sì, come?
La risposta ovvia è: tu usi il dispositivo. Ma questo schema non regge più quando il dispositivo ti manda notifiche, ridisegna il percorso, decide quando riposarti e ti confronta con altri ciclisti. Abbiamo scelto di studiare il fenomeno come un sistema in cui persone, oggetti e dati interagiscono tutti insieme e in cui ogni elemento, anche il power meter sul manubrio, può orientare il comportamento dell’atleta.
Abbiamo analizzato Reddit (r/cycling, r/Velo, r/Strava, r/Zwift) raccogliendo e codificando 104 citazioni in cui i ciclisti descrivono le loro esperienze con i dispositivi smart. Il risultato è una tassonomia di sei categorie d’uso, tutte emerse dal basso, dalle parole delle persone stesse.
Sei modi di usare la tecnologia sportiva:
- Motivazione e stile di vita: Il dispositivo struttura la motivazione e introduce competizione anche nelle uscite in solitaria.
- Performance e allenamento: L’algoritmo affianca, o sostituisce, l’intuizione dell’atleta.
- Sicurezza e navigazione: Navigazione in percorsi sconosciuti, rilevamento cadute, avvisi d’emergenza. Il dispositivo agisce per conto dell’atleta nei momenti di vulnerabilità.
- Salute e medicina: Patologie croniche, recupero post-operatorio, salute femminile. Lo sport connesso entra in territorio medico.
- Rifiuto dei dati e ansia: Controllo compulsivo delle metriche, sovraccarico, scelta deliberata di uscire senza dispositivi. Non tutti vivono bene la quantificazione costante.
- Praticità, estetica e status: Resistenza, qualità del software, valore simbolico. Il dispositivo comunica identità e aspirazioni.
Cosa ci dicono questi dati? Il cluster del rifiuto dei dati e dell’ansia è emerso con una forza inattesa: persone che descrivono comportamenti compulsivi, incapacità di godersi un’uscita senza validazione numerica, o che scelgono deliberatamente di uscire senza GPS per ritrovare un rapporto diretto con il corpo e l’ambiente. Il mercato non è uniforme. Il racconto del “sé quantificato” non basta più. Non solo, ma oltre una certa misura l’eccesso di quantificazione genera un effetto di ritorno negativo quando le persone si rendono conto di essere “pilotate” il che va a cozzare frontalmente con il bisogno di sentirci liberi e arbitri di noi stessi. Nel gergo della letteratura sul quantified self* il fenomeno si definisce autonomy erosion.
La questione non è banale, se si considera che gli smart objects stanno crescendo in quantità e varietà ed entrano in casa, nello sport, nei processi di gestione della salute, nella vita privata e nei luoghi pubblici. Ciò che merita attenzione è che a) questo sviluppo è legato ad oggetti ad alto contenuto di tecnologia che per questa loro caratteristica assumono un’aura di superiorità, innovazione, e progresso tali da conquistare le persone e pilotarle verso utilizzi sempre più massicci delle pratiche di self quantification e b) oggetti e piattaforme sono privati, sono business model proprietari, e in genere stranieri, che – al pari di altre tecnologie di comunicazione come i social – contribuiscono a influenzare i comportamenti di masse crescenti di persone in chiave capitalistica e spesso al di là del controllo pubblico.
* Lupton, Deborah. The quantified self. Wiley. 2016.
