In occasione del 13° EIASM ICR Workshop tenutosi a Pisa, Matteo Corciolani e Giulia Petri hanno presentato una ricerca in fase di sviluppo che esplora il tema dell’autenticità nelle performance “glocalizzate”: Between Global and Local Authenticity: Exploring Audience Interpretations of Glocalized Music Performances by Global Artists.
In un contesto di crescente deglobalizzazione, in cui il consumo di musica locale sta aumentando – basti pensare che nelle classifiche Spotify di diversi Paesi, come Italia, Francia e Polonia, la maggior parte dei brani più ascoltati è spesso in lingua locale – i brand globali (e gli artisti) si trovano a dover bilanciare coerenza globale e rilevanza locale.
Ma quando queste strategie funzionano davvero?
Il lavoro presentato all’ICR Workshop esplora proprio come il pubblico interpreti le cosiddette performance glocalizzate, ovvero quando artisti internazionali inseriscono elementi locali durante i loro concerti (es. Dua Lipa che ha cantato Raffaella Carrà a Milano o i Coldplay che hanno cantato Napule è a Napoli).
I risultati iniziali mostrano che l’autenticità non è qualcosa di dato, ma qualcosa che il pubblico costruisce e interpreta.
Dalle analisi emergono chiaramente le tre dimensioni di autenticità individuate da Lehman et al. (2019):
– Consistency (coerenza con l’identità dell’artista)
– Conformity (rispetto della cultura e delle aspettative locali)
– Connection (capacità di creare un legame con il pubblico locale).
Queste dimensioni non sempre si rafforzano a vicenda: in alcuni casi entrano in tensione, generando valutazioni ambigue o negative da parte del pubblico.
👉 Il punto chiave è che localizzare non basta.
Per essere percepiti come autentici, è necessario trovare un equilibrio credibile tra identità globale e adattamento locale.
Un risultato che non riguarda soltanto il mondo della musica, ma che offre spunti rilevanti anche per le aziende che operano in contesti culturali diversi e devono costruire relazioni credibili con i propri consumatori.
